Si sente dire spesso, anche da parte di molti
psicoanalisti evidentemente timorosi che
la psicoanalisi possa rivelare prima o poi la propria supposta "inconsistenza" rispetto invece alla "solidità" scientifica attribuita alle Neuroscienze nell'ambito della cura della
salute mentale, che "il futuro della psicoanalisi sia ormai nelle Neuroscienze", vale a dire che saranno le Neuroscienze il campo - scientificamente fondato - della ricerca, della comprensione e della cura dei disturbi mentali dell'essere umano.
E infatti, sembra che i cosiddetti
disturbi dello spettro autistico del bambino siano ormai già considerati di indiscussa competenza delle Neuroscienze e delle
pratiche di terapia cognitivo-comportamentale alle Neuroscienze sempre più prossime.
Non esiste invece, a mio avviso, previsione più fuorviante e improponibile:
le Neuroscienze non possono porsi in alcun modo come il futuro della psicoanalisi, se non altro perché la psicoanalisi va in una direzione che non può che - e proprio per lo
statuto dell'inconscio di cui si occupa - eludere sistematicamente qualsiasi discorso scientista comprese appunto le Neuroscienze.
Riporto a tal proposito una considerazione di
Antonio Di Ciaccia: "l’inconscio non è da porre né all’insegna dell’ineffabile, né del trascendente, ma neppure all’insegna di quel qualcosa che non sappiamo ancora, ma che un giorno sapremo sia per le vie delle neuroscienze, sia per le vie di una presa di coscienza più approfondita di quanto è contenuto in un sacco chiamato inconscio."
L'inconscio non può essere infatti immaginato come quella sorta di contenitore misterioso e oscuro dato una volta per tutte, in quanto l'inconscio della psicoanalisi è quel discorso che il soggetto pronuncia a sua insaputa: è quel sapere soggettivo su di sé che il soggetto però non sa di sapere, ma che gli fa segno del desiderio che lo abita.
L'inconscio non è tanto il non conosciuto dato a prescindere dal soggetto e che può venire fuori allo stesso modo con qualsiasi psicoanalista, piuttosto, l'inconscio della psicanalisi è ciò che si produce in quel particolare transfert e che si esprime attraverso quella
parola che il soggetto neanche sapeva di dire. L'inconscio è la parola che sorprende, che appare per poi subito ecclissarsi, come il sogno e che ci mette di fronte al "che volevo dire con ciò?"
La psicoanalisi si costituisce di conseguenza come quella pratica tale da poter consentire al soggetto il compito etico di prodursi, non come un
Io in funzione secondo le leggi stabilite dalle Neuroscienze, ma come
soggetto singolare - fuori regola, fuori senso e imprevedibile - del proprio desiderio.
Per questo,
nel futuro della psicoanalisi vi è un'etica, quella del soggetto in quanto capace di prodursi come soggetto del proprio desiderio, e non una fisiologia neuronale, che vorrebbe che un individuo si riconosca in quanto fornito di un organo cerebrale e non abitato da un desiderio soggettivo che l'altro possa riconoscere e interpretare.
Il futuro della psicoanalisi è dunque etico e non scientifico, e in tal senso la psicoanalisi, in quanto clinica, ha il dovere, etico, di evitare, non di intercettare, le Neuroscienze, benché con le stesse, come con tante altre discipline, ha anche il dovere di dialogare.
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